Vocalizzazioni di Balenottera comune (Balaenoptera
physalus) e impatto dei fattori antropici

da | Gen 24, 2023 | Amici animali

In questo elaborato verrà riportato il comportamento acustico della balenottera comune (Balaenoptera physalus) e l’impatto dei fattori antropici sulle vocalizzazioni  di questa specie. 

La Lista Rossa della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della  Natura), ovvero l’inventario del rischio di estinzione delle specie a livello globale,  considera la balenottera comune come specie Vulnerabile (VU). In Mediterraneo, è  elencata come specie che necessita di una protezione rigorosa ai sensi della  Direttiva Habitat, ed è uno degli indicatori per la valutazione del “Good Environmental  Status” (GES) secondo la “Marine Strategy” (MSFD). 

Tutte le popolazioni oceaniche di questa specie sono state cacciate dall’industria baleniera fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. Attualmente le minacce  principali di origine antropica riguardano il disturbo acustico, che maschera le sue  vocalizzazioni, e il traffico navale, che oltre a produrre rumore, può determinare  eventi di collisione. 

La balenottera comune è in grado di emettere specifiche vocalizzazioni, utilizzate per  la comunicazione durante il foraggiamento, la riproduzione e altre interazioni sociali.  Le vocalizzazioni sono un aspetto importante del comportamento dei mammiferi  marini e l’inquinamento acustico degli oceani determina impatti e conseguenze a  livello di individuo e di popolazione.

La Balenottera comune (Balaenoptera physalus)

La balenottera comune è il secondo animale del pianeta per dimensioni e può  raggiungere i 23-26 m di lunghezza (Fig. 1). Le femmine (fino a 24 m per 75 ton di  peso) sono più grandi dei maschi (fino a 21 m per 60 ton di peso). Appartiene  all’infraordine Cetacea, sottordine Mysticeti e alla famiglia Balaenopteridae.

Questa specie fu descritta per la prima volta da Martens F. nel 1675; in anni  successivi numerosi individui furono riconosciuti come B. physalus ma poi classificati  come specie differenti. Solo nel 1903 lo scienziato rumeno Emil Gheorghe Racoviță inserì tutte queste designazioni in B. physalus. 

La specie del Nord Atlantico orientale è stata descritta da Linneo nel 1758 basandosi  sulle descrizioni di Martens, mentre la zoologa Lönnberg E. ha poi riconosciuto nel  1906 una sottospecie più grande nell’emisfero australe (Balaenoptera physalus quoyi), la cui classificazione è stata successivamente confermata dagli esami  morfometrici di Lockyer e Waters (1986) utilizzando un set di dati dall’Atlantico  settentrionale ed emisfero meridionale. Con l’istituzione della sottospecie  dell’emisfero australe, le balenottere dell’emisfero settentrionale (Atlantico  settentrionale e Pacifico settentrionale) divennero la sottospecie designata,  Balaenoptera physalus physalus, usato per la prima volta da Tomilin A. G. (1946).

Secondo i dati raccolti da Archer (2019), sono presenti ulteriori sottospecie di B. physalus denominate “pigmee”, come la sottospecie denominata da Burmeister  (1865) Balaenoptera physalus patachonica, ma questa proposta non è stata rivista  criticamente e non sono stati effettuati confronti genetici.  

La balenottera comune si nutre filtrando zooplancton e in Mar Ligure preda quasi  esclusivamente Meganyctiphanes norvegica, il krill mediterraneo. Le caratteristiche per il riconoscimento della specie includono: 

  • Tipica colorazione grigio ardesia, asimmetrica a livello della mandibola che è  bianca sul lato destro e scura a sinistra; 
  • Pinna dorsale falciforme; 
  • Testa affusolata con punta cuneiforme; 
  • Sfiatatoio in posizione centrale sulla testa (localizzabile osservando il soffio  all’emersione); 
  • Soffio verticale a forma di cono rovesciato, alto 5-6 m; 
  • Quando si immerge abitualmente non solleva la coda;
  • Può nuotare anche molto velocemente

Distribuzione ed habitat

L’areale di distribuzione della balenottera comune a livello globale è molto vasto (Fig.  2). 

Gli avvistamenti più comuni si hanno a latitudini più elevate durante tutte le stagioni  nell’Oceano Atlantico settentrionale al largo della Norvegia, tra circa 60° N e 70° N,  vicino alle Isole Faroe a circa 62° N e al largo di Terranova a circa 55° N. 

 

Nell’Oceano Pacifico settentrionale, numerosi avvistamenti sono stati effettuati a nord  di 40° N durante i mesi invernali e, nei mesi estivi, dalla Baja California centrale al  Giappone, fino al mare di Chukchi al confine con l’Oceano Artico. Nell’emisfero  australe, le balenottere comuni sono state osservate tutto l’anno vicino alla Georgia  del Sud a circa 54° S e al largo della costa del Cile. Durante i mesi estivi, numerosi  avvistamenti sono stati effettuati anche a latitudini inferiori (a nord di circa 20-30° N) sia nell’Oceano Atlantico settentrionale che in quello del Pacifico settentrionale.  Sebbene siano meno frequenti, gli avvistamenti estivi sono stati effettuati anche a  latitudini inferiori (a sud di circa 20–30° S) nell’emisfero meridionale. Le balenottere comuni sono migratrici; passano l’inverno in acque tropicali per  riprodursi e l’estate migrano verso i poli per alimentarsi. La migrazione per  l’alimentazione e la migrazione per la riproduzione isolano le popolazioni in entrambi  gli emisferi. Secondo Archer (2019) questi meccanismi di isolamento geografico  promuovono la divergenza tra le popolazioni in diversi bacini oceanici e all’interno di  mari semichiusi, guidando lo sviluppo di sottospecie e specie. 

I dati morfologici raccolti indicano che le balenottere si riproducono principalmente  durante l’inverno nell’emisfero settentrionale e nell’emisfero meridionale. 

La balenottera comune si incontra in tutto il bacino del Mediterraneo, sebbene la sua  distribuzione sia irregolare (Notarbartolo di Sciara et al., 2003). I suoi movimenti non  sembrano seguire un chiaro andamento migratorio, mentre si osservano classici  spostamenti latitudinali, spostamenti tra siti specifici caratterizzati dalla presenza di  abbondanti chiazze (patch) di prede, e un comportamento definito nomade opportunistico (Notarbartolo di Sciara et al., 2016). Sono state individuate tre  principali aree di concentrazione della balenottera comune (Tepsich et al., 2020): 

  1. Golfo del Leone e Bacino ligure-corso-provenzale, soprattutto durante  l’estate; 
  2. Tirreno centrale durante l’estate (Arcangeli et al., 2014); 
  3. Isola di Lampedusa nel periodo invernale-primaverile. 

La presenza della specie in queste aree sembra essere legata ai pattern di  produttività primaria, all’influenza di fattori ambientali e antropici (Azzellino et al.,  2017), e a fattori biologici o comportamentali (ad esempio, fase del ciclo vitale,  sesso, struttura del gruppo).

Produzione e ricezione dei suoni

Il meccanismo anatomico di produzione e di ricezione del suono dei misticeti è  tutt’ora oggetto di un’attiva indagine scientifica. I misticeti sembrano utilizzare la  laringe per la produzione di diversi tipi di suoni tramite la vibrazione del tessuto della  piega a U, omologa alla corda vocale dei mammiferi terrestri (Fig. 3). 

balenottera

L’area rossa della Figura 3a mostra il tratto respiratorio superiore, compresi i  passaggi nasali e la trachea; il viola mostra il tratto digestivo; il rosa mostra il sacco o  il lume laringeo; il verde mostra i bordi gonfiati dall’aria della sacco laringeo; il bianco  mostra la linea mediana, le cartilagini cricoidi e tiroidee; l’azzurro mostra la piega a  U; l’inserto mostra la posizione, rispetto alla piega a U, delle altre valvole respiratorie  presenti nella regione laringea (epiglottite e cartilagine cornicolare) che  contribuiscono anch’esse al controllo del flusso d’aria. 

Si pensa che il suono sia prodotto dal flusso d’aria dai polmoni, attraverso le valvole  respiratorie oscillanti (la piega a U), quindi fluisca attraverso il sacco laringeo e i  passaggi nasali. Nel modello di impulso qui proposto, l’adduzione rapida ripetuta e  l’elevazione dorsale del processo vocale di piega a U, contro la cartilagine cricoide,  provocano un flusso d’aria pulsato (restrizione e rilascio) dalla trachea alle strutture  respiratorie superiori. È probabile che la produzione del suono abbia origine dalla  combinazione degli stati valvolari e del ricircolo dell’aria da parte dei polmoni e del  sacco laringeo attraverso due funzioni opposte. Anche i bordi piegati a U e le pareti  del sacco laringeo possono vibrare con il flusso d’aria, amplificando potenzialmente  gli impulsi. L’inflazione pulsata del sacco laringeo può anche causare una  distensione pulsata delle scanalature ventrali della gola, facilitando il trasferimento  del suono nell’acqua. 

Lo studio di Damien e colleghi del (2019) riporta il meccanismo di produzione del  suono, proponendo, al contrario di studi precedenti, che il movimento dell’aria sia  unicamente verso l’esterno. Quando l’aria scorre oltre le labbra sporgenti, queste  potrebbero vibrare e produrre suoni. Tuttavia, non è stato osservato alcun muscolo tra la cartilagine e il tessuto che forma le labbra ventrali e quindi, si può ipotizzare  che i tessuti non possano essere irrigiditi poiché le labbra poggiano sulla cartilagine e  non su una superficie flessibile; è ragionevole pensare che non possano nemmeno  essere tese, pertanto devono vibrare passivamente mentre l’aria scorre tra le labbra  e le spinge a parte. Lo spazio tra le labbra, la forma e la posizione influenzano la vibrazione e la produzione della gamma di frequenze. È possibile considerare  un’analogia con la chitarra, in cui modificando la tensione delle corde o premendo i  tasti vengono prodotte frequenze differenti. Si presume che i misticeti non cambino la  tensione della piega a forma di U, ma utilizzino invece l’equivalente dei tasti della  chitarra per cambiare la lunghezza della piega. La Fig. 4 presenta i movimenti che  permettono alle labbra di stringersi e di modificare la forma del canale per il flusso  d’aria. 

La piega a U presenta tre regioni (Fig. 5): la sezione distale, la sezione mediana e i  lembi corniculari, responsabili della produzione di suoni differenti. La presenza di  cavità risonanti è collegata alla produzione del suono.

La ricezione del suono dei misticeti è condotta dalla conduzione ossea poiché il  suono induce vibrazioni del cranio. Quest’ultime saranno trasmesse ad entrambi i  complessi auricolari (Cranford et al., 2015). 

Sono stati scoperti due processi che eccitano il complesso timpano periotico osseo  (TPC): il processo di pressione e il processo di conduzione ossea (Cranford et al.,  2015). Il processo di conduzione ossea, dominante rispetto al processo di pressione, è caratterizzato dalla deformazione del cranio della balenottera poiché le onde  sonore interagiscono con esso; il processo di pressione è il risultato delle onde  sonore che raggiungono il TPC grazie all’acqua di mare ed altre vie dei tessuti molli  così da indirizzare un carico diretto di pressione sulla bolla timpanica. Sono state effettuate scansioni TC del cranio di una balenottera e sono state  identificate una serie di ossificazioni ossee con struttura densa all’interno delle ossa  squamosali che sembrano aprirsi a ventaglio dalla giunzione con la porzione  periotica adiacente di entrambi i TPC; si pensa che abbiano la funzione di tenere  ancorato il TPC al cranio. 

In Fig. 6 e 7 possiamo vedere la vista laterale e posteriore del cranio di una  balenottera comune. 

Le onde di pressione viaggiano attraverso l’acqua dalla parte anteriore dell’animale  verso la testa, una volta raggiunta, continuano lungo i tessuti molli e successivamente colpiscono il cranio e l’osso timpanico, in particolare la bolla  timpanica del TPC. Entrambe le bolle timpaniche presentano un braccio di leva che  pende da due sottili peduncoli; l’osso timpanico oscilla su questi peduncoli creando  una flessione. Quest’ultima rallenterà l’oscillazione tra le ossa periotiche e la bolla  timpanica rispetto ai moti del cranio e periotico. 

La ricezione del suono dei Misticeti è data dalla vibrazione del cranio in risposta alle  onde sonore che passano attraverso il corpo della balenottera e si pensa che questo  modello di ricezione lo possiedano tutti i misticeti (Cranford et al., 2015).

Tipolologie e arrangiamenti dei suoni

Il suono è un elemento importante per la vita di molti organismi acquatici. I misticeti hanno sviluppato specifici adattamenti per sfruttare al meglio il suono come  strumento di comunicazione su grandi distanze. In queste specie le vocalizzazioni  sono usate per la comunicazione durante il foraggiamento, la riproduzione e altre  interazioni sociali (Stimpert et al., 2015), e sono generalmente costituite da sequenze  a frequenze estremamente basse (fra 10 e 100 Hz), che possono propagarsi su  grandi distanze.  

Le balenottere comuni producono diversi tipi di vocalizzazioni (“call”), che variano in  base alla posizione geografica, alla popolazione e alla stagione. 

L’acustica dei misticeti si sta dimostrando uno strumento utile per caratterizzare le  differenze regionali. In tutto il loro areale, le balenottere comuni sono caratterizzate  da serie di brevi “richiami” a bassa frequenza (centrati intorno a 20 Hz), che si ritiene siano usati per la socializzazione a lunga distanza (Archer et al., 2019).  Le vocalizzazioni possano avere una durata breve, irregolare ma ripetuta, oppure essere lunghe e regolari, e durare anche 24 ore. È stato osservato che le serie di  vocalizzazioni lunghe sono prodotte dal tardo autunno fino all’inizio della primavera.  La presenza di queste lunghe vocalizzazioni nella stagione riproduttiva invernale suggerisce che siano “canti” riproduttivi maschili per attirare le femmine da grandi  distanze (Castellote, 2012). Il canto può essere descritto come una serie di impulsi  regolarmente ripetuti chiamati “note”. La distanza temporale tra gli impulsi è  denominata come intervallo tra le note (INI) o interpulse interval (IPI); l’intervallo tra  due note è denominato “singoletto” e l’intervallo tra una nota e la successiva è  denominato “doppietto” (Oleson et al., 2014).  

Le balenottere comuni producono diversi tipi di note. La nota della canzone classica  è un impulso forte che decresce in frequenza da 25 a 18 Hz (in Mediterraneo da 25 a  17 Hz) in circa 1 s, mentre il cosiddetto controtempo o“backbeat” è più debole e ha  un range di frequenza tra 18 e 20 Hz. In un canto, la nota backbeat è  frequentemente presente e spesso precede una nota a 20 Hz; tuttavia, sono state  descritte anche canzoni prive di backbeat (Rankin et al., 2018). Queste canzoni  hanno pause ripetute ogni 10-15 minuti e coincidono con l’affioramento della balenottera. Ulteriori pause da 20-120 minuti possono essere collegate all’incontro  con un’altra balenottera comune o a disturbo acustico nelle vicinanze dell’individuo emittente.  

In Fig. 9 viene riportato lo spettrogramma, rappresentazione grafica dell’intensità di  un suono in funzione del tempo e della frequenza, di una canzone di balenottera  comune registrata in Pacifico settentrionale nell’ambito dello studio condotto da  Rankin e colleghi (2018).

 

Le canzoni possono essere rilevate a grandi distanze ma è stato osservato che la  maggior parte degli individui di balenottera comune comunica solo quando si trova a  circa 15-20 km di distanza da un altro individuo (Heble et al., 2020). È stato suggerito che l’INI cambi negli anni, creando nuove canzoni. In uno studio effettuato da Heble e colleghi (2020), al largo dell’Oregon e di Washington dal 2003  al 2013, la canzone registrata presentava un intervallo LA-LA di 30s, ma diventò rara nel sud della California dopo il 2003. La canzone era mutata e presentava una nota  singola aumentata di 0,5 s/anno, la doppia nota con l’intervallo più lungo aumentata  di 0,7 s/anno, mentre l’intervallo più corto era aumentato di 0,9 s/anno.  Sono state suggerite due ipotesi per spiegare questi cambiamenti graduali: (a) la  trasmissione culturale, dove si pensa che scambino schemi di canto con diversi  gruppi di balenottera comune in aree di alimentazione condivise e (b) l’esistenza di sottospecie di balenottera comune, che presentano diversi modelli di canzoni.

La prima ipotesi, indicherebbe che le balenottere possano concepire nuovi schemi di  canto durante la loro vita; la seconda ipotesi suggerirebbe che le balenottere, una  volta appresa la canzone, non la cambiano nel corso della loro vita. Nell’ambito dello stesso studio, Heble e colleghi (2020) riportano i risultati ottenuti  analizzando registrazioni acquisite all’isola di Kauai, nelle isole Hawaii, per circa  quattro giorni al mese dal 2001 al 2017 (Fig. 11), con o senza rumore di fondo  antropico causato dalle operazioni della Marina Militare degli Stati Uniti. 

Tramite le registrazioni si è potuto identificare la traccia acustica e la posizione della  balenottera comune e sono state osservate in autunno, inverno e primavera ma non  in estate (Fig. 12).

Le posizioni della balenottera sono state identificate rilevando le note ed estraendo le  caratteristiche del segnale per misurare il tempo di arrivo del suono all’idrofono, così  da poter determinare la posizione più probabile della balenottera comune. Le balenottere nelle acque hawaiane hanno cantato canzoni con note e un ritmo  molto più complesso rispetto alle balenottere al largo della costa occidentale degli  Stati Uniti; l’ipotesi principale è che nelle due aree geografiche siano presenti  sottospecie diverse (Heble et al., 2020).

Rumore e traffico navale 

Il rumore sottomarino può essere descritto in base alla sua origine: Origine fisica: vento, intemperie, onde, turbolenza, sismi, iceberg, ecc.; Origine biologica: emesso dagli animali o dovuto ai loro movimenti; Origine antropica: attività umane (imbarcazioni, prospezioni geologiche,  attività militari, ecc.) 

È noto che numerose specie mammiferi marini sono molto sensibili ai suoni e  dipendono da questi per orientarsi, trovare nutrimento, localizzare un partner, evitare  i predatori e comunicare. Anche se è ancora necessaria molta cautela nel  confermare l’impatto che il rumore può avere sui mammiferi marini, varie ricerche  scientifiche hanno rilevato modifiche comportamentali (migrazione, alimentazione e  riproduzione) e danni fisiologici. Alcune forme di rumore possono infatti uccidere,  ferire e causare la sordità di balene e di altri mammiferi marini (Perry, 2014), a  seconda della distanza dalla sorgente (Fig. 13). 

Il rumore sottomarino antropogenico è una forma d’inquinamento che, benché  riconosciuta, non è praticamente regolamentata. All’avanzare dell’industrializzazione  dei mari, si assiste ad un aumento della rumorosità in tutti gli oceani dovuto alla  combinazione di più sorgenti di rumore, in particolare il trasporto marittimo,  l’esplorazione petrolifera e del gas, e i siti di produzione di queste materie prime, il  dragaggio, la costruzione e le attività militari. In particolare, il rumore sottomarino  prodotto dalla navigazione è sempre più riconosciuto come un inquinante  significativo e pervasivo, con il potenziale di avere un impatto sugli ecosistemi marini  su scala globale (Fig. 14 e Fig. 15).

 

La sorgente di rumore dato dal traffico navale è centrata principalmente sulle basse  frequenze ma può arrivare fino a 10 kHz (Fig. 16.), influendo sulla banda di  frequenza di comunicazione della balenottera comune, necessaria per facilitare. 

I livelli di rumore nel Mar Mediterraneo sono più alti rispetto ad altri bacini e il traffico  navale è una delle principali fonti di disturbo acustico.  

Uno studio pubblicato nel 2012 da Castellote e colleghi ha valutato i livelli di rumore  di fondo nel Mar Mediterraneo, nei periodi con maggior traffico navale,  sovrapponendoli alle registrazioni del canto della balenottera comune di due  popolazioni differenti. Sono stati installati sistemi di registrazione (idrofoni) ad una  profondità tra 100 e 1100 m in cinque aree diverse: la regione del Mar Mediterraneo  occidentale, nello Stretto di Gibilterra, nel Bacino di Alboran, nel Bacino delle Baleari  e nel Bacino provenzale, e la regione dell’Atlantico nord-orientale, nell’arcipelago  delle Azzorre (Fig. 17), da agosto 2006 a gennaio 2009. 

Le registrazioni sono state effettuate ad una frequenza di campionamento di 2000 Hz, con risposte nell’intervallo di frequenza 10-585 Hz, includendo la banda del canto  della balenottera comune, 15-28 Hz di entrambe le popolazioni considerate: i canti del Nord-Est Atlantico dell’arcipelago delle Azzorre, lo stretto di Gibilterra e le aree  del Mare di Alboran e i canti del Mediterraneo, dal bacino delle Baleari e dalle aree  del bacino provenzale. Sono state selezionate, all’interno delle registrazioni, le  canzoni con la banda a 20 Hz basandosi sul rapporto segnale-rumore (“signal-to noise ratio”, SNR), rilevando una drastica diminuzione dei rilevamenti degli individui e cambiamenti negli schemi dei canti. Le balenottere si allontanavano dalla sorgente di  rumore e cambiavano il loro comportamento canoro, provocando conseguenze a  livello di individuo e di popolazione (Sciacca et al., 2017). 

Ogni anno, 220.000 navi di oltre 100 tonnellate attraversano il bacino del  Mediterraneo. Il traffico navale oltre a produrre rumore, può determinare eventi di  collisione. I dati dello studio di Panigada et al. (2006) suggeriscono che il Santuario  Pelagos per i Mammiferi Marini, il Golfo del Leone e le acque adiacenti sono aree ad  alto rischio di collisioni mortali con le balenottere del Mediterraneo. Le collisioni sono più frequenti nei mesi estivi rispetto a quelli invernali, poiché in primavera e in estate le balenottere si concentrano nel bacino provenzale per alimentarsi. Le balenottere sono in grado di nuotare velocemente e questo suggerisce che  sarebbero in grado di evitare le navi allontanandosi dalla traiettoria della barca una  volta rilevate in tempo. Tuttavia, comportamenti come l’alimentazione o il riposo  possono ridurre l’attenzione delle balenottere comuni ai suoni ambientali, limitando  quindi la loro capacità di rilevare la presenza di una potenziale minaccia.  Sono state proposte numerose soluzioni per mitigare gli effetti negativi del traffico  navale ma nessuna sembra essere efficace poiché ogni soluzione proposta ha effetti  collaterali indesiderati, come interferire con la comunicazione delle balenottere. Si è proposto di ridurre la velocità della nave quando attraversa aree ad alta densità,  per dare modo sia alle balenottere di evitare l’imbarcazione in arrivo, sia per dare  all’operatore il tempo per reagire alla presenza della balenottera ed inoltre di  monitorare la presenza annuale e la distribuzione delle balenottere per poter  suggerire lo spostamento dinamico delle rotte dei traghetti da aree di particolare  concentrazione ad aree di minor densità.

Impatto dei fattori antropici a livello di individuo e di popolazione

Il monitoraggio comportamentale è importante per valutare il benessere dei cetacei e  per determinare gli effetti su di essi da varie fonti di disturbo, compreso  l’inquinamento. La conoscenza di caratteristiche fondamentali come i modelli di  comportamento diurni o stagionali è importante per molti aspetti della gestione,  nonché per la pianificazione e la comprensione delle valutazioni acustiche e visive  della popolazione. 

Il comportamento della balenottera comune varia in base all’età, al sesso  dell’individuo e allo stato di attività dell’animale e alle influenze ambientali come la  posizione, la stagione e l’ora del giorno. Il comportamento e il canto possono variare  a causa di uno di questi fattori naturali. Di conseguenza è difficile stabilire chi è il responsabile del cambiamento, fattori naturali, antropici o una risposta ad un rumore  specifico (Sciacca et al., 2017). 

Non si sa molto degli effetti negativi del rumore sul comportamento dell’individuo o di  popolazioni. La mancata alimentazione, dell’allevamento, della migrazione e della  cura dei giovani causata dall’inquinamento acustico può provocare una riduzione  dell’assunzione di cibo, il successo della riproduzione o il tasso di sopravvivenza  della prole. È noto che il rumore di origine antropica può causare impatti su  balenottera comune e che questi possono verificarsi in due modi: danno fisico diretto  al sistema uditivo o mascheramento dei segnali di interesse. Si è osservato che le  vocalizzazioni a lungo raggio sono quelle maggiormente mascherate dal rumore  causando implicazioni per la coesione della popolazione e altre interazioni sociali come la navigazione, l’ubicazione del cibo, periodi di alimentazione cooperativa, il  legame materno, l’accoppiamento e la migrazione.  

Pertanto, mascheramento, perdita temporanea dell’udito e perdita permanente  dell’udito, possono avere forti conseguenze per il benessere a lungo termine degli  individui e delle popolazioni delle balenottere comuni e di altri cetacei. Le onde sonore ad alto livello, possono provocare un elevato impatto da onda d’urto  del suono, tale da danneggiare i tessuti. I mammiferi marini presentano aria nei  polmoni e nel tratto gastrointestinale ed è possibile che siano proprio questi organi  ad essere più vulnerabili. 

Le risposte a breve termine della balenottera comune al rumore antropogenico sono  immersioni improvvise, allontanamento dalla sorgente sonora, cambiamenti nelle  canzoni, tempi di immersione più lunghi, intervalli di superficie più brevi con maggiore  velocità di soffio, tentativi di proteggere fisicamente i giovani, maggiore velocità di  nuoto e allontanamento dall’area.  

Altri possibili effetti negativi a lungo termine con risposte osservate per un singolo  individuo possono avere conseguenze drastiche a livello di popolazione e specie (Sciacca et al., 2017).

Vocalizzazioni della balenottera comune, conclusioni

In conclusione, i dati raccolti in questo elaborato hanno rivelato che ci sono forti  supposizioni secondo le quali le vocalizzazioni, prodotte dalla laringe per la diversa  produzione di suoni tramite la vibrazione del tessuto della piega a U della balenottera, possano variare in base alla posizione geografica, alla popolazione e  alla stagione.  

È stato possibile rilevare la posizione di individui di balenottera tramite i canti  registrati dagli idrofoni e vedere, tramite gli spettrogrammi le canzoni e osservare  schemi di canto differenti. I differenti schemi di canto potrebbero essere il risultato di una trasmissione culturale o appartenere a diverse popolazioni di balenottera comune. 

Si pensa che la ricezione del suono sia data dalla vibrazione del cranio in risposta  alle onde sonore che passano attraverso il corpo della balenottera, per questo motivo  l’inquinamento acustico, essendo principalmente sulle basse frequenze, influenza drasticamente la banda di frequenza di comunicazione della balenottera comune,  necessaria per facilitare l’accoppiamento e le interazioni sociali. 

Saranno necessari ulteriori studi ma i dati raccolti suggeriscono l’urgente necessità di  una strategia di conservazione globale di questa specie, in particolare per gestire  l’impatto del rumore. 

Il livello delle conoscenze attuali sulla problematica del rumore sottomarino non è  sempre sufficiente per indurre a considerare opzioni di gestione adeguate ed efficaci.  Tuttavia, in risposta a questo problema crescente, vari enti intergovernativi hanno  riconosciuto che il rumore può costituire una minaccia per l’ambiente marino e  chiedono quindi l’applicazione del principio di precauzione nella gestione delle attività  che generano rumore in tutti gli oceani del mondo. 

A livello internazionale esistono raccomandazioni su eventuali interventi di gestione  per contrastare il rumore sottomarino: 

  • Vietare l’uso di sonar militari e le prospezioni sismiche in prossimità o entro  aree protette (es. Santuario Pelagos), o habitat critici, con speciale riguardo  alla presenza di specie di mammiferi marini particolarmente sensibili alle  turbative acustiche;
  • Organizzare la protezione intorno ad habitat importanti per la balenottera  comune, nota per la sensibilità al rumore, ma anche per le altre specie; • Creare zone “cuscinetto” intorno alle aree di interesse migratorio, alimentare e  riproduttivo per i mammiferi marini; 
  • Collaborare con l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), con il  comparto del trasporto marittimo e con le compagnie di traghetti per  modificare l’itinerario di alcuni corridoi di navigazione, allo scopo di allontanarli  dalle specie sensibili a queste sorgenti di rumore (e che sono a rischio di  collisione); 
  • Osservare i movimenti delle imbarcazioni mediante sistemi di vigilanza come i  sistemi automatici d’identificazione e sorvegliare le altre attività sonore  mediante boe acustiche passive collocate in posizioni strategiche; 
  • Rafforzare le reti nazionali per gli spiaggiamenti, dotandole delle capacità di  realizzare necropsie funzionali all’identificazione delle sindromi da embolia  gassosa, le lesioni dovute a collisioni con le imbarcazioni, ecc.

    Elena Rossi
    Relatore Prof.ssa Daniela Silvia Pace
    Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
    Dipartimento di Scienze della Terra
    Corso di laurea in Scienze Naturali

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